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A ruota libera.

Martedì 17 gennaio 2017 - Casa dei Diritti

Via De Amicis 10 - Milano. Ore 10:00-19:30

Presentazione Calendario "A ruota libera" del Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa nella Casa di reclusione di Milano-Opera: 

 

 

Presentazione per il quinto anno consecutivo il calendario poetico realizzato dal Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa nella Casa di reclusione di Milano-Opera vede la partecipazione di cittadini operosi e impegnati in attività sociali oltre che alcuni dei maggiori rappresentanti della società civile impegnati nel percorso di riabilitazione delle persone detenute.

Il Laboratorio di lettura e scrittura creativa è stato fondato oltre venti anni fa da Silvana Ceruti che continua ad animarlo con Alberto Figliolia – a livello di volontariato. Insieme a loro altri fedeli amici-collaboratori e occasionali ospiti offrono alle persone detenute che frequentano il Laboratorio un contributo di amicizia e di cultura. Il fine fondamentale è “fare un pezzo di strada insieme” tra persone “dentro” e persone “fuori”, scoprire sentimenti propri e altrui e linguaggi per esprimerli. Ad oggi sono stati pubblicati dall’amico editore Gerardo Mastrullo varie antologie di poesie, un libro di preghiere, alcune sillogi personali, una quindicina di calendari con poesie e immagini. Da cinque anni le fotografie sono donate da Margherita Lazzati.

 

Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa


 

La poesia dev’essere abitabile, scrisse René Guy Cadou, poeta francese non notissimo, morto a 31 anni nel 1951. Anche la bici, a modo suo, dev’essere abitabile. Scrivo bici e non bicicletta: bici è più familiare, domestico, abitabile appunto. Non lo sono, ai miei occhi di giornalista che da 50 anni segue il ciclismo, le biciclette in titanio, disegnate nella galleria del vento, le ruote lenticolari o a razze, cose che servono ai ciclisti professionisti e a chi vuol sembrare uno di loro. Costano una cifra e hanno selle in grado di rovinare la giornata a una persona normale. Chiarisco: il ciclismo è uno sport rispettabile, doping a parte. Un bello sport, che storicamente ha per vocazione la fame e che, per quanto modernizzato,  riesce ancora a regalare pezzi di umanità, come l’abbraccio spontaneo dei genitori di Chaves a Nibali che aveva appena tolto la maglia rosa al loro figlio. Uno sport che non chiede un centesimo, lo spettacolo è gratis. Forse l’unico settore della vita in cui chi va in fuga non è un vile né un disertore, ma un uomo che insegue i suoi sogni e i sogni dei ciclisti sono questi: arrivare primi in cima a una salita o vincere per distacco. L’obiettivo è la solitudine. Si parte in tanti. C’è qualcosa di poetico in questa sudata, dunque sofferta, ricerca della solitudine. Ma il ciclismo richiede la gara, la competizione, la velocità. Non per caso si chiamano biciclette da corsa. 

Andare in bici è un’altra cosa, che ci può riguardare tutti, non occorre essere campioni. È scegliere la propria velocità, non farsela imporre. È fermarsi quando si è stanchi, o anche solo per guardare un paesaggio o la gente che passa, per godere di un’ombra di platano e bere qualcosa di fresco. 
La bici non inquina, non pone problema di parcheggio, il guaio è che te la rubano. È tornato d’attualità, con la nuova povertà, 
“Ladri di biciclette”, uno dei film più toccanti del neoralismo. In Italia ogni anno viene rubato un milione di bici, o biciclette. A me piace pensare che siano soprattutto biciclette, che appartengono a gente più ricca, il danno è relativo, ma purtroppo spesso sono bici. La bici è una poesia scritta sulle strade. Quando Alfredo Martini compì 80 anni gli dissi:  “Quali sono le prime due parole che ti vengono in mente se io dico bici?”. E lui rispose in un attimo:  “Libertà e speranza”.  Aveva capito tutto, gli sia lieve la terra. E lieve sia la pedalata di chi esce dal gruppo. “Mentre pedali, hai tutto il tempo di pensare” aveva aggiunto Martini.  Vero, non ci avevo mai fatto caso, prima. 
È nel suo mescolare il lavoro, il gioco, lo svago e il tempo di pensare che la bici è abitabile come una poesia di Cadou.

 

Gianni Mura
giornalista sportivo e scrittore italiano

 


 

Poter pedalare lungo strade battute dal sole oppure nell’ombra lungo vie orlate da pioppi cipressini, slanciati come la corsa impressa 
(d)ai pedali... Sfrecciare in discesa o arrancare in salita, con quel sudore che sa di dura fatica e, nel contempo, profuma di un’antica inestinguibile sensazione o, meglio, sentimento: la libertà...

Poche cose donano il segno e il sogno della libertà come andare/correre in bicicletta, in una sorta di lieta gara con le nuvole o contro il vento. Da soli o insieme, ad andatura lenta o sostenuta, nello scorrere dei paesaggi intorno, fuori, e di quelli interiori. Perché le due ruote a pedali sono un viaggio lungo le brevi rotte metropolitane, fra le distanze delle campagne, itinerari di polvere e luce, baluginii di fanali nella nebbia, e percorsi nelle geografie interiori: coi propri pensieri calmi, fruscianti; l’aria che frusta dolcemente il volto; l’armonia dei movimenti; la pacifica simbiosi fra mezzo meccanico e uomo e, con questa, l’intrinseco rispetto verso l’ambiente e la Natura.

Democratica ed ecologica è la bicicletta, poetica (non pochi celebri autori o elzeviristi le han dedicato splendidi lavori di penna), serena ispirazione d’idee. A ruota libera è l’emblematico titolo del Calendario poetico-fotografico 2017 del Laboratorio di scrittura creativa della Casa di reclusione di Milano-Opera. A ruota libera corrono i ricordi: ecco un triciclo, la risata di un bambino, il suono allegro del campanello, la sua  prima ingenua fuga, la sua prima libertà! Corrono i desideri a ruota libera: sulla canna il figlioletto, l’amico, la ragazza, il vento sfiora i capelli: ed è sapore di libertà. A ruota libera esprimi pensieri,  emozioni e desideri se li ascoltano orecchie amiche e cuori attenti: così nascono le poesie di questo Calendario, sollecitate dalle belle fotografie di Margherita Lazzati, scritte in momenti di Laboratorio o nella solitudine della cella, ma sempre lette, condivise, offerte ai compagni. Ogni poesia in esso contenuta è un frammento di vita, una fantasia felice, recupero di normalità rispetto alla dura condizione psicofisica ed esistenziale cui la prigione costringe – non ci sono biciclette in un carcere, così come sovente non vi sono spazi sufficienti per esercitare la giusta dose di attività fisica – un sogno che si rimaterializza, l’universo dei ricordi rimesso in moto nonostante la tremenda, talora incomprensibile, stasi che quasi sempre la privazione della libertà comporta e rappresenta.

La bicicletta, soprattutto nella sua appendice sportiva, ossia il ciclismo, ha un respiro epico, come ben dimostra la poesia di Vittorio Mantovani che chiude il Calendario, ma qui balza evidente agli occhi l’aspetto domestico, affettivo; immaginario collettivo e personalizzazione (financo familiare) convivono bellamente.

Vien da dire leggendo questo breve (ma potente) e meraviglioso fiume di versi che la bicicletta richiama nella sua essenza (con l’essere umano in sella) i concetti di estetica ed etica. E sempre, in primis, la tanto cara e agognata libertà, uno dei beni supremi. 

 

Alberto Figliolia e Silvana Ceruti

 


 

Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa 
a cura di Silvana Ceruti e Alberto Figliolia - Casa di Reclusione di Milano-Opera 
16 fotografie di Margherita Lazzati

 

 

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In un mignolo d’aria - Poesie dal Carcere di Milano-Opera 

2 marzo 2016 - dalle ore 18,00

Biblioteca Sormani Sala del Grechetto

Via Francesco Sforza 7 - Milano

 

Presentazione del libro

AttrAversAndo muri di silenzio 

poeSie SuL carcere daL carcere

 
Copertina Attraversando muri di silenzio

In copertina: fotografia di Margherita Lazzati
Miraggio in Laboratorio - Casa di reclusione Milano-Opera10.1.2016 

 

Laboratorio di Lettura e Scrittura creativa 

AttrAversAndo muri di silenzio poeSie SuL carcere daL carcere 

a cura di silvana Ceruti e Alberto Figliolia prefazione di umberto veronesi 

collana Agape, 123

pagine 180 - prezzo € 15,00 - isbn 978-88-9346-005-7

La poesia nasce dalla sofferenza. E le parole che sgorgano da un cuore affranto si accostano e si legano l’una all’altra per costruire un verso di impercettibile musicalità. Le poesie raccolte da un gruppo di carcerati non possono che essere poesie forti, strug- genti, talvolta disperate, e rappresentare al lettore la tragicità, per non dire talvolta l’assurdità, della privazione della libertà: una punizione dura ma non certo riabilitativa. 

Molti chiedono che le carceri siano chiuse e trasformate in scuo- le dove chi le frequenterà potrà riacquistare quella speranza e consapevolezza di libertà che aveva perso. Sarebbe un salto di civiltà, che qualche Paese ha già affrontato, e per il quale molti di noi si batteranno. 

In particolare i testi dei poeti di Opera si distinguono per la loro visione nuda della sofferenza umana e per la loro capacità di esprimerla in forme poetiche suggestive che fanno entrare il lettore dentro quelle mura, al di là di quelle sbarre a condividere con dolore la sofferenza di questi poeti. [...] 

Ho letto le poesie con grande piacere e molta commozione, am- mirando la vena espressiva di tutti i venticinque autori che si avvicinano alla poesia e con cui esprimono con quanta fatica debbano accettare le regole della cattività. [...] La vera ossessione di queste poesie è il tempo. Il tempo che non passa mai, il tempo che cancella i ricordi, il tempo che concede anche di sognare, nel sonno o a occhi aperti. 

Le centotrenta poesie raccolte in questa antologia sono di qualità e il libro ha una funzione di educazione etico-civica. Andrebbe divulgato nelle scuole. 

dalla prefazione di Umberto Veronesi 


 

All’interno testi di:

Luis Adinolfi  Amaro  Abdellatif Benaaouinate  Albert Borsa- lino  Domenico Branca  Giuseppe Carnovale  Giuseppe Ca- talano  Pietro Citterio  Calogero Consales  Franco Cordisco  Carlo D’Elia  Giovan Battista Della Chiave  Mauro Dell’Oglio  Giuseppe Di Matteo  Antonino di Mauro  Dino Duchini  Lin Jin Lai  Giorgio Lorefice  Erjugen Meta  Gentian Ndoja  Luigi Polizzi  Fabio Presicci  Christopher Santos  Alfredo Visconti  Boris Zubine 

Il Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa è stato fondato venti anni fa da Silvana Ceruti che continua ad animarlo con Alberto Figliolia – a livello di volontariato. Insieme a loro altri fedeli amici-collaboratori e occasionali ospiti offrono alle persone detenute che frequentano il Labora- torio un contributo di amicizia e di cultura. 

Il fine fondamentale di questo Laboratorio è in- fatti “fare un pezzo di strada insieme” tra persone “dentro” e persone “fuori”, scoprire sentimenti propri e altrui e linguaggi per esprimerli. 

Ad oggi sono stati pubblicati dall’amico editore Gerardo Mastrullo varie antologie di poesie, un libro di preghiere e un libro di poesie sul cibo, alcune sillogi personali, una quindicina di calen- dari con poesie e immagini. Da quattro anni le fotografie sono donate da Margherita Lazzati. 


I libri del Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa 

12. Bruno Ferrari, Una volta sapevo volare
18. Vittorio Mantovani, La strada e il canneto 38. Giuseppe Carnovale, Nessuna pagina rimanga bianca

95. Preghiere dal carcere 

112. Pane, acqua e... Poesie sul cibo dal carcere 123. Attraversando muri di silenzio. Poesie sul carcere dal carcere 

 

La Vita Felice, via Lazzaro Palazzi, 15 - 20124 Milano, tel 02 20520585 - www.lavitafelice.it - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

 

Mura trasparenti: la poesia dal carcere fa riflettere i milanesi.

Nell'ambito delle attività del Laboratorio di Lettura e scrittura creativa della Casa di reclusione di Milano Opera un progetto che porta colore, cultura e riflessioni lungo le strade della città.
 
 
Manifesto Mura Trasparenti in via G. B. Vico a Milano
 
Undici passi

Conto undici passi
arrivo al muro
conto undici passi
mi volto
ritorno al muro
ci sono muri avanti
li trovo sulla destra
sulla sinistra
dietro di me
poi alzo lo sguardo
oggi il cielo è grigio
come le mura che mi circondano
ieri era migliore
cammino…
undici passi

G.D.M.
 
 
Questa poesia costella di sé (e di fecondi se) vie e piazze milanesi. Chi trascorre ora o passerà nei prossimi giorni per le vie (o viali) Castelbarco, Bocconi, Inganni, Umbria, Monza, Pindaro, Fortis, Gran Sasso, Morgagni, Corsica, Argonne, Cassala, Caterina da Forlì, Molise, Cimarosa, oppure nei corsi Lodi e Plebiscito o nelle piazze Sire Raul, Susa, Emilia, Napoli e Brescia, s’imbatte(rà) nei versi di G.D.M.

Già suona strano fra i messaggi commerciali di rango più o meno nobile o leggero delle poesie su manifesto, espressioni profonde dell’anima, riflesso del pensiero più fine e dei sentimenti più universali ed empatici. Se poi queste poesie nascono all’interno di un carcere, frutto della creatività e della sensibilità delle persone detenute, difficile, se non impossibile, non rimanere colpiti dall’evento o iniziativa che dir si voglia.

Undici passi di G.D.M. è una poesia di grande sapienza formale, ben costruita e tuttavia dall’empito massimamente sincero. Son versi che invitano a fermarsi, a meditare sulle situazioni esistenziali, sul travaglio e le difficoltà che si sgranano nel rosario dei giorni, sul mondo che ci circonda e sui mondi che ci popolano dentro; invitano a ragionare sui muri che costringono, dividono, disgiungono – nel concreto e metaforicamente, in primis le barriere del pregiudizio… –, sull’invisibilità e sulla non partecipazione, ciò che esclude ancora troppo vaste fette di popolazione (compresa quella carceraria).

Il fatto è che la poesia che ci ha fornito l’incipit è una di quelle prescelte facenti parte del progetto Mura trasparenti, ideato da Carlo Lazzati nell’ambito della multiforme attività del Laboratorio di Lettura e scrittura creativa della Casa di reclusione di Milano Opera che, grazie alla meravigliosa “ostinazione” della fondatrice Silvana Ceruti, da oltre vent’anni esplica il proprio agire all’interno di tale carcere. Questa campagna di affissioni si avvale peraltro del patrocinio del Comune di Milano, la cui Sottocommissione Carceri con grande entusiasmo e indubbia apertura culturale e ideale ha sposato il progetto.
 
“Tempo fa percorrevo via Gian Battista Vico, una delle quattro strade che delimitano il perfetto quadrilatero del Carcere di San Vittore – è l’ideatore Carlo Lazzati a scrivere –. Camminando, sfilava al mio fianco un muro che a me sembrava altissimo (in realtà era “solo”, più o meno, di 6 metri). Su quel muro qualche scritta minacciosa e aggressiva e altre strisce di vernice grigia che, suppongo, coprissero altre precedenti scritte dal tono – è sempre una supposizione – altrettanto inutilmente minaccioso. A cosa serve scrivere sulle mura di un carcere che il carcere è inutile? C’è chi pensa, ma temo che non siano molti, che è vero: il carcere, così com’è, non serve a nulla.  Ma c’è chi pensa invece che le mura di quel carcere sarebbe molto meglio fossero alte 9 o 12 metri. Pensando a quelle mura (troppo alte o troppo basse che siano) ho capito che in realtà sono soltanto il monumento alla paura. Gilbert Chesterton sosteneva: “Non abbattere mai una palizzata prima di conoscere la ragione per cui fu eretta”. Personalmente sono assolutamente d’accordo con il principio e con il metodo: farsi domande è sempre e comunque utile.  Considerando i muri in genere, specie quelli eretti negli ultimi tempi, ad abbatterli non si è mai sbagliato. Ciò nonostante, abbattere le mura di un carcere è una proposta velleitaria. Possiamo comunque fare qualche cosa di importante in questo senso. Non tocchiamo le mura delle carceri, perché non si può fare altrimenti (ma soprattutto non eleviamole ulteriormente) e proviamo a cambiarne il significato. Tentiamo di convertire mattoni e cemento in materia trasparente. Di fare in modo che chi passa dal marciapiede dove camminavo quella sera possa vedere attraverso le stesse mura cosa e chi c’è dall’altra parte. Allora vedrà che ci sono persone, pensieri e parole. Soprattutto parole. Magnifiche e sorprendenti, scritte di pugno da persone che da anni, magari da decenni, vivono là dentro. Dunque facciamo uscire almeno i loro pensieri, le loro parole. Quale rischio corriamo? Usiamo quelle mura non come una separazione, ma come  un supporto. Come uno schermo sul quale mostrare ciò che loro là dentro pensano; che poi è quello che scrivono e quello che oggi sono. Chi da lì passa forse leggerà e magari qualcuno, leggendo, si convincerà che il ravvedimento resta una percorso difficile ma possibile, malgrado queste carceri. Sulle mura del Carcere di San Vittore si possono installare degli impianti come quelli che vengono utilizzati per i poster pubblicitari. Questi impianti serviranno per affiggere testi, poesie e componimenti scritti dalle persone detenute e stampati in grande formato”.

Orbene se le poesie non state affisse sulle mura di San Vittore, carcere fondamentalmente nel centro della città, a ogni modo il progetto si è evoluto in maniera più che consona e brillante. Si è scelto, insomma, l’intera scena urbana, il che è pure meno ghettizzante.

Il formato dei manifesti su muri o su adeguati sostegni che recano i versi delle persone detenute può essere orizzontale, 4 x 1,40 m, oppure verticale, 70 x 140 cm. Le composizioni che poco tempo fa hanno inaugurato la cascata poetica hanno trovato spazio sui muri di via Gian Battista Vico, nei pressi di San Vittore, una vicinanza dai forti connotati simbolici. Eccole:
 
Né sole né aria
In quelle celle
ho visto il volto
della gente, spento;

in quello spazio
levigato ho visto
tanti passi morti.

Vi parlo delle tante
notti insonni,
di quando le ombre
riempiono i muri
e la luna mette
nelle mani il buio.

Vi parlo della pioggia
lontana e del vento
che mi sfiora;
ricordo i giorni
della mia vita
strana.

P.C.


Nel silenzio
Nel silenzio di questo momento
cerco lo sfavillare di una candela
che dà movenze alle ombre.
Così, per non sentirmi solo
verso cera calda sui miei pensieri
e li metto in un calco
per farli apparire;
poi con fiocchi d’oro li custodisco
dentro carta colorata.
Metto le mani fuori dalle sbarre
e sposto il cielo in orizzontale;
con le stelle costruisco ninnoli d’oro,
con la luna un puntale.
Così, per non sentirmi solo
scarto i fiocchi d’oro
e libero i miei pensieri
incollandovi sopra un paio d’ali.

G.C.

 




 
  
“Sbattere un uomo in carcere, lasciarlo solo, in preda alla paura e alla disperazione, interrogarlo solamente quando la sua memoria è smarrita per l’agitazione, non è forse come attirare un viaggiatore in una caverna di ladri e assassinarlo?”, scriveva il gran Voltaire, filosofo dei lumi. Vien da pensare, per contrasto, al potere maestoso e rigenerante della poesia, non a caso uno dei generi più praticati nelle letture carcerarie.
 
 
Per tornare ai manifesti poetici Cambiare il carcere per cambiare noi è lo “slogan” che ne è posto a corredo, dichiarazione d’intenti per un indefesso impegno civile. Perché il carcere non sia più inferno, uno degli inferni in terra, ma un luogo di recupero, dove ogni uomo possa ricostruire, nel rispetto dei valori che fanno tale un consorzio umano, la propria esistenza in funzione sociale. Si percepisce, peraltro, nettamente da parte istituzionale questa rinnovata sensibilità e, se la strada è ancora lunga, appare nondimeno tracciata. E nel cammino che tutti ci attende le parole poetiche – spiragli di luce – delle persone detenute costituiscono un messaggio di speranza offrendo un ulteriore e vitale slancio per andare avanti verso (non è ironico) “magnifiche sorti e progressive”, itinerario condiviso di giusta umanità. Undici passi… undici passi…
 
 
01_Mura_bocconi.jpg02_mura_bocconi.JPG03_mura_bocconi.JPG04_mura_castelbarco.JPG05_mura_XXIIMarzo.JPG06_mura_corsolodi.JPG07_mura_corsolodi.JPG08_mura_cimarosa.jpg09_mura_cimarosa.JPG10_mura_cimarosa2.JPG11_mura_cimarosa2.JPG
 
Alberto Figliolia
Già collaboratore di testate e quotidiani nazionali, per scelta è ora un free lance. Collabora da lunghi anni con il gazetin, periodico indipendente di cronaca civile, e tellusfolio, rivista telematica “glocal”. Da sempre è attivo con e per la casa editrice Albalibri, girando per le più varie contrade con l'amico poeta-editore Çlirim Muça. Ha scritto numerosi libri di poesia e di sport. Crede fortemente nel martello gandhiano della poesia e nell'arte di strada. Da molti anni aiuta Silvana Ceruti nel Laboratorio di scrittura creativa del Carcere di Milano-Opera.

Per un Mignolo d'aria incontro con i poeti detenuti del Carcere di Opera

"Milano. Visibili. inVisibili."

 

 

 

31 ottobre 2015 - Palazzo Marino Sala Alessi

Presentazione dei progetti del Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa nella Casa di reclusione di Milano-Opera:

• MURA TRASPARENTI
• CALENDARIO POETICO 2016
­• Antologie “PREGHIERE DAL CARCERE” e “PANE, ACQUA E... poesie sul cibo dal Carcere” pubblicate da La Vita Felice
• Del fascicolo realizzato durante il primo Laboratorio esterno al Carcere, ospiti della Casa dei Diritti di Milano

Incontro promosso dalla:
Presidenza della Sottocommissione Carceri del Comune di Milano